Credere è fidarsi di “qualcuno”, assentire alla chiamata dello “straniero” che invita, rimettere la propria vita nelle mani di un “altro”, perché sia lui ad esserne l’unico, e vero Signore. Una suggestiva etimologia medioevale legge “credere” come “cor dare”, dare il cuore: crede chi si lascia far prigioniero dell’invisibile Dio, chi accetta di essere posseduto da Lui nell’ascolto obbediente e nella docilità più profonda del cuore. Fede non è possesso, garanzia, sicurezza; è resa, consegna, abbandono. Credere, perciò, non è evitare lo scandalo, fuggire il rischio, avanzare nella serena luminosità del giorno: si crede non nonostante lo scandalo e il rischio, ma proprio sfidati da essi e in essi; chi crede cammina nella notte, pellegrino verso la luce. La sua è una conoscenza nella penombra della sera, non ancora un conoscere nello splendore della visione.
Credere –
afferma Kierkegaard – significa stare sull’orlo dell’abisso oscuro, e udire una
Voce che grida: Gettati, ti prenderò fra le mie braccia!». Ed è sull’orlo di
quell’abisso che si affacciano le domande inquietanti: se invece di braccia
accoglienti ci fossero solo rocce laceranti? E se oltre la siepe non ci fosse
nient’altro che il buio del nulla? Credere è resistere e sopportare sotto il
peso di queste domande: non pretendere segni, ma offrire segni d’amore
all’invisibile Amante che chiama.
E allora credere è un perdere tutto? E’ non
avere più sicurezza, né discendenza, né patria? E’ un rinunciare a ogni segno e
ad ogni sogno di miracolo?
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