I luoghi di natura sono soglie verso l’intensità senza
limiti della vera vita, quella che può fare a meno di aggrapparsi
all’oggettività delle cose perché ha già colto nell’impermanenza il sogno
migliore da creare, perché “le immagini amano svanire”: provate a fermare il
disegno di una nuvola… non durerà che pochi istanti, giusto il tempo di
plasmare qualche forma che forse qualche sguardo attento saprà cogliere, o
forse no, ma non ha importanza.
E noi siamo fatti della stessa
sostanza delle immagini – o dei sogni, come amava dire Shakespeare – dunque, anche noi amiamo svanire. Solo che non ce lo ricordiamo, e
pensiamo che il vero appagamento sia nel possedere, nel durare, nell’avere il
controllo di tutta la nostra vita. Siamo nati per essere degli outsider, per
questo è universalmente condiviso il benessere repentino che scaturisce quando
si frequentano luoghi naturali, luoghi dove si percepisce immediatamente un
senso di devastante libertà, di non luogo, di conciliante selvatichezza, di
selvaggio abbandono, di purezza sgombra da qualsiasi retropensiero moralistico.
È l’anima che si svela. Al di là del bene e del male. E non c’è bisogno di
troppo clamore, di attingere a chissà quali sofisticate teorie. Spesso viene
subito spontaneo fare profondi respiri, quando si è in cima a una montagna o,
appunto, davanti all’immensità del mare o in piena campagna o in un bosco. È
l’anima che ruggisce, e ha bisogno di fiato, il nostro respiro. Perché noi
siamo anima, pneuma.Tutto il mondo non è che una creazione immaginale
dell’anima.
Il poeta può trasvalutare. Egli può elevarsi al di sopra del senso comune.
Ciò che comunemente è fonte di paura e limitazione, è per il poeta l’inizio di
infinite possibilità creative. Cantando e danzando, il poeta si manifesta come
membro di una comunità superiore, nella quale l’uomo è il maestro delle cose,
non la vittima delle loro reazioni.
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